#LibereTutte: la fica non può stare in galera!

Al di là del Buco

INT-DAY-FOR-GENITAL-MULTILATIONQuello che puoi fare con la mia fica. Puoi toccarla, schiaffeggiarla, strofinarla, picchiettarla, penetrarla, morderla, succhiarla, leccarla. Volendo puoi anche parlarci, puoi soffiarci su e puoi guardarla con la lente di ingrandimento o senza. Puoi esplorarla, massaggiarla, palpeggiarla, scovarla. Puoi sottolinearne i contorni, disegnarla, ammirarla, annusarla e rivestirla. Puoi dedicarle un sacco di attenzioni, lasciarla al freddo indifferente, puoi servirtene per ottenere un piacere consensuale o puoi studiarla, in modo approfondito, per calibrarne le potenzialità. Puoi regalarle una coscia, un braccio, un dito, anche due, un dildo, un frutto, un ortaggio, un pene o un’altra fica. Puoi inventarti modi diversi per osservarla, diversi punti di vista, diversi modi di abbracciarla. Puoi invitarla a conoscerti un po’ meglio. Puoi apparecchiarla con nutella, fragole, gelato, panna, cibi deliziosi. Puoi rinfrescarla, bagnarla, puoi anche spalmarla di crema e unguenti. Puoi rivisitarla in una scultura che la ritrae. Puoi sognarla e raderla. Puoi pulirla…

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Sindrome.

Sindrome. Da foglio bianco? Oppure da assenza di pensiero? Faccio fatica, tanta fatica a “passare di qui” ed a lasciar segno del mio vivere. Eppure esisto, più o meno vivo e vivace, con il mio solito incedere e con i miei soliti problemi, soprattutto con i miei soliti pensieri. Così capita spesso che io apra questa pagina, che legga uno dei blogger che seguo e poi che decida di scrivere per raccontare. Poi, lo stop, con una domanda: perché? Perché comunicare qui? Zero risposte o forse molte. Con una predominanza, quella consapevolezza di vivere in una fase in cui, ad ogni livello, si fatica ad avere la buona comunicazione, quella utile a parlarsi e a capirsi. Urla, berci e litigi si trovano praticamente ovunque. Il tasso di conflittualità nei dibattiti televisivi, nei commenti agli articoli dei giornali on line, nei social networks in genere, é altissimo ed allora, perché tentare di comunicare? Probabilmente, rimuoverò la sindrome quando riuscirò a dare risposta. Per intanto, chi mi legge, si sorbisca queste strambe considerazioni…

Passato (il mio “ieri”)

Ho, con il passato, un rapporto complicato e condizionato. Complicato, perché il mio “ieri” é spesso rievocato con nostalgia, a volte con rimpianto, raramente con rabbia. Complicato, anche perché, di norma, preferisco programmare il domani invece che voltarmi indietro. Quanto al condizionamento, posso dire che questo dipende dal tipo di esperienza vissuta, positiva o negativa che essa sia stata.
Nella giornata appena terminata (10/10), ho dovuto far spesso di conto, con il mio “ieri”. E son stati conti di gioia e di tristezza, fatti incredibilmente in una condizione di quasi contemporaneità. Il 10 ottobre é una data/anniversario di un evento brutto, accaduto a una persona a me cara, ormai quattro anni fa. In questo caso, l’esercizio é stato quello del non voler rievocare, con la mia mente tendente alla rimozione di un bruttissimo ricordo, quasi da trauma. Cosa non facile perché mentre il cervello cercava di impegnarsi in altro pensare, semplicemente, non vi riusciva. Ma il 10 ottobre é stata anche una data più leggera e piacevole: su Fb, in modo assolutamente inaspettato, ho ricevuto una richiesta di amicizia da altra persona, una ragazza a cui negli anni passati ero molto legato e che poi, per vari motivi, non ultima la lontananza, avevo perso di vista. Un passato questo, carico di nostalgia per i periodi trascorsi in piacevole compagnia, in luoghi venezuelani per me nuovi e bellissimi. E infine, il 10 ottobre é stato il risentire un mio antico compagno di squadra per esprimergli vicinanza e condoglianza a seguito della scomparsa del padre. Anche in questo caso, una serie di ricordi di vita vissuta, offerti dal risentire dopo tempo, nomi e cognomi, capaci di portarti al bordo di una piscina per una aneddotica fatta di allenamenti, gare disputate, esperienze giocose e serie, di successi e insuccessi sportivi.
Nomi, volti e fatti accaduti: quante cose che si pensavano dimenticate che tornano alla mente con il semplice far mente locale. Sono legato al mio passato eppure a volte lo odio. Per fortuna mai lo rinnego e questo forse è un dato di fatto e non una banalità scritta. Chiedo comprensione: mi rendo conto che oggi, “il mio ieri”, ha duramente lavorato ai miei fianchi e che io, per eludere il dolore, mi sono rifugiato in quello che è per me il miglior anestetico: lo scrivere per sfogo, in questo strano e banale blog…

La mia buonanotte a chi mi legge.

Paolo

Mutuo soccorso.

In questa estate che non sembra estate, parlare del tempo e del clima che pare autunnale, potrebbe sembrare la cosa più naturale da farsi. Ed anche la più banale, forse. Per fortuna, il mio lavoro estivo come assistente bagnanti in una piscina, arriva ad offrirmi spunti che abbracciano tutto ciò che riguarda la “varia umanità”, al cospetto di una superficie colma di acqua e cloro: l’affastellarsi di situazioni ad ampio raggio, che vanno dalla maleducazione al ridicolo di un comportamento. Con una anomalia, capace di colpirmi l’anima e che per questo, racconterò. L’anomalia é costituita da un giovane padre e da suo figlio, un bambino di non più di otto anni. Vengono in piscina con regolarità, un paio di volte alla settimana, cercando di sfruttare i momenti di minore affollamento dell’impianto. Quindi, li si può incontrare soprattutto al mattino, nelle prime ore di apertura della vasca. Fin qui, una vicenda usuale. Dove, allora, l’anomalia? Vediamo di capirlo. Intanto il padre é un ragazzo non vedente, che, munito di bastone “tattile”, cerca la sua zona ombreggiata vicino ai punti di entrata per la vasca. Ed il figlio, é un ragazzino simpatico che lo accompagna, tenendogli la mano con responsabile sicurezza. Anche in questo, nessuna anomalia, visto che il nostro centro vede regolarmente la frequentazione di utenti portatori di un qualche deficit, così come vede, ancor più frequentemente, la partecipazione di ragazzini di giovane età. L’anomalia? Sta nel rapporto affettivo di mutuo soccorso che i due hanno instaurato. É una scena tenerissima vederli arrivare in vasca: il bambino che guida, lui così fanciullo, il genitore. E poi, una volta in acqua, osservare che ora é il bambino a dipendere dall’adulto, in quanto non ancora sicuro nelle nuotate in zone profonde, dove ancora non tocca. É bello vedere come e quanto si cerchino per poter superare una difficoltà, per godere così di una opportunità di divertimento (quella di farsi un bel bagno) che molti di noi da per scontato di poter avere. Mi sono spesso trovato ad osservarli, i due. Soprattutto il bambino. L’ho guardato attentamente nelle occasioni in cui avrebbe potuto allontanarsi dal parente per andare a giocare con altri coetanei. Ne ho scorto sul volto un lampo di rassegnato rammarico nel non poterlo fare, ma poi l’ho subito rivisto orgoglioso nel riprendere per mano suo papà per invitarlo a nuove nuotate. Orgoglioso e fiero di esibire un comportamento di responsabilità. Se penso a certi bambini che vivono di capricci e che di responsabilità nemmeno vogliono sentir parlare, se rammento di genitori e figli che quasi neanche si salutano, capisco che se non anomalo, questo rapporto é certamente di rara, nobile, necessità. Sicuramente dettata dal bisogno ma non per questo meno bella da osservare.

Un saluto a chi mi legge.

Particella.

Quasi cinquanta.

Pensieri liberi, con la testa che dice “30”, il corpo che afferma “40” e con la realtà che, impietosa ma ineluttabile, sancisce “50”. É una delle prime volte che oso fermarmi ad osservare la diversità delle mie età. Ragionamento forse astruso ma che ha almeno un minimo di fondamento: ho più di una età, ho più di un concetto di tempo che é trascorso. Tempo biologico, tempo psicologico e, perché no? Anche psicofisico. In questi giorni, quasi da immaturo, mi metto nuovamente alla prova in strani tentativi di fare oggi ciò che facevo venti o trenta anni fa. Esercizi di prestazione fisica, possibilmente con l’efficienza di qualche decennio fa. Mi viene da sorridere provando questo gioco, anche e soprattutto perché gli esiti non sono poi, così disastrosi. Però poi mi guardo il corpo e lo vedo un pò modificato, differente, così come il mio modo di pensare. Mi scopro uguale e diverso, stranito però, per questo tipo di pensieri. Bah! Sarà che “50” é un numero che comincia a diventar corposo, sará che in tanti mi ricordano l’evento prossimo, sarà anche qualcosa che mi sfugge ma, per ora, sapere che sono ancora quasi cinquanta, mi provoca spontaneo un sospiro di sollievo. Dal 20/07 vedrò cosa succederà.

Stranopaolo va a letto, buona notte…

Medaglia d’oro e suoi rovesci. (Tsunami mentali in piscina)

Da “la gazzetta.it” di ieri leggo:

“Ian Thorpe ricoverato per abuso di alcol e depressione. Il fenomeno australiano del nuoto è entrato in ospedale a Sydney mercoledì notte per provare a salvare quel che resta di un gigante in vasca, capace di conquistare 5 ori olimpici e 11 titoli mondiali. Thorpe, 31 anni, era stato visto recentemente agli Australian Open, apparentemente tranquillo e col sorriso stampato in faccia. In realtà, i tormenti di alcol e depressione erano già presenti da diverso tempo e nella sua autobiografia “This is me”, pubblicata un anno fa, uscivano con prepotenza: “Nuotavo, bevevo e volevo uccidermi”.
INCIDENTE — Il quadro è piuttosto desolante. Familiari e amici hanno rivelato sgomenti che qualche giorno fa è caduto in casa: “Ha avuto un incidente in casa. E’ scivolato e si è fatto male. Per quanto riguarda la sua depressione, il suo libro riporta perfettamente ciò di cui state parlando e ciò che è successo recentemente. Speriamo che stia meglio e che riesca in un pieno recupero”.
SITUAZIONE SERIA — Anche l’amico Alan Jones ha usato un tono molto preoccupato: ” Sì, è una cosa seria, ma non c’è molto che posso o voglio aggiungere. Ian è una bellissima persona, ma ha difficoltà a riconoscere i suoi problemi”.
“NON RIESCI AD AFFRONTARE IL MONDO” — Nella sua autobiografia, il campione olimpico, in realtà, aveva spalancato il suo cuore: “Neppure la mia famiglia sa che ho trascorso molto tempo nella mia vita a combattere ciò che posso solo descrivere come depressione paralizzante. (….) Usavo l’alcol per sbarazzarmi dei miei pensieri terribili, per gestire il mio umore. Lo facevo dietro alle porte chiuse, dove molte persone depresse scelgono di combattere i loro demoni prima che realizzino che non possono farcela senza un aiuto. L’ho fatto in numerose occasioni, come quando mi allenavo per difendere i miei titoli olimpici ad Atene- sempre da solo e pieno di vergogna. E’ come un peso che ti spinge giù. Ci sono giorni in cui semplicemente non riesci ad alzarti dal letto. Non riesci ad affront
are il mondo”

Dispiaciuto per questa notizia riguardante l’ex primatista mondiale dei 400 sl, mi tranquillizzo solo in parte oggi, a seguito di ulteriori notizie tendenti a sdrammatizzare la gravità del ricovero (che sembrerebbe dovuto ad un banale intervento alla spalla e non a situazioni più insidiose, di tipo depressivo…). Tuttavia…c’è sempre un tuttavia: e allora mi trovo a pensare ad un atleta come Thorpe, che dopo aver goduto di fama e successi ai massimi livelli, dopo aver dedicato una vita ad allenarsi in piscina, si trova a soli trentuno anni a dover reinventarsi una nuova esistenza in un ambiente privo totalmente di cloro, di corsie, costumoni e blocchi di partenza. La vita comune che lo attende, a contatto con persone normodotate e spesso non atletiche; la routine del quotidiano, tanto diversa e priva degli eccessi tipici degli ambienti mono orientati; la prospettiva di un futuro che tende a dimenticarsi di chi é stato campionissimo, in parole semplici, la normale quotidianità: quanto può essere distruttiva l’incapacità di avviare un giusto processo di adattamento? E allora penso ai tempi in cui sono stato atleta e penso anche al lungo periodo vissuto da allenatore di squadre di giovani nuotatori, più o meno dotati. Alcuni talentuosissimi, altri semplicemente scarsi. Tutti o quasi (Palla di lardo no, ad esempio) con il sogno di diventare campioni o almeno di vincere qualche trofeo. Penso alle pretese che ho subito dai miei allenatori, alle loro richieste, che hanno indirizzato la mia gioventù verso un’unica attività, quella natatoria, a discapito della cura di altri interessi e dello sviluppo di altre propensioni. Volevano che provassi a diventare campione, chiedevano a me, poco più che bambino, un impegno esclusivo, da professionista. Sapendo che nel nuoto, come in ogni altro sport, solo uno su un milione, diventa campione e coglie il successo. Penso altresì, a ciò che io, da allenatore, ho richiesto agli atleti da me allenati, per provare a giocarsi le proprie carte e a sviluppare con successo le proprie attitudini e qualità. Onestamente, devo anche dire che, memore di un certo fanatismo subito quando ero atleta, ho sempre cercato di evitare di propinare ai ragazzi che nuotavano con me, richieste tendenti all’esasperazione dell’attività. Pensavo di esserci riuscito, fino a quando non mi sono ritrovato nelle vesti di chi, essendo divenuto allenatore in pausa, ora si trova ad osservare altri allenatori ed altri ragazzi che allenano e si allenano, ordinando ai loro sogni di sognar successi. Certe frasi e certe richieste fatte da chi, un tempo era collega, verso chi cerca di diventare prima atleta e poi campione, ma che, in pratica, cerca di essere primariamente persona adulta…certe frasi, dicevo, suonano totalmente fuori posto, disarmoniche, esasperate. Semplificando, lo “sputare sangue”, di petersoniana memoria, se rivolto ad atleti adulti e già formati anche come campioni (la mitica banda bassotti dell’Olimpia Milano, che tutto vinceva nel basket d’Europa negli anni 80/90), poteva essere il quid in più per ulteriori successi. Ma se invece, destinato a ragazzi in formazione e a bambini che provano a diventare atleti, quale l’effetto e quale il risultato? Sicuramente assai diverso, costituendo un’esasperazione e non un’educazione allo sforzo e alla fatica. Recentemente ho assistito a gare di esordienti, quotidianamente assisto ad allenamenti: mi é capitato spesso di sentire richieste, urlate tra l’altro, con tono perentorio, che visti i destinatari, suonano tristemente ilari. Ragazzini a cui si chiede di esibire il coraggio dell’eroe, l’attenzione dell’atleta maturo, la capacità di vivere il dolore di uno sforzo massimale. Ragazzini che ancora devono imparare la normalità della vita, oltre che l’efficacia di una tecnica sportiva corretta: ad essi si osa chiedere di gestire aspetti specifici dell’alta prestazione, neanche fossero loro, atleti adulti, di alta prestazione. Consiglierei a certi colleghi di fare la pausa che sto facendo io, provando da esterni a diventare osservatori. Da fuori certi aspetti si notano meglio e meglio li si può correggere. In fondo, pensiamoci bene se valga la pena arrivare a trentuno anni, magari nemmeno medagliati…regionali, essendo persone finite o dilaniate da depressione da disadattamento…

Sane riflessioni a tutti e a tutto il movimento natatorio.

Particella.

Era una Notte insonne e rumorosa…

Ieri ho questionato con una persona a cui tengo molto. Forse é questo il perché di una notte dal sonno fragile. Fragile e lieve da non superare la solita “prova schiamazzo” del post sabato sera. In verità, più che uno schiamazzo, sembrava una litigata furiosa tra un “protettore” e una sua “gestita”: questioni di marciapiede, di sconfinamenti e di durata delle prestazioni. Così mi sono ritrovato sveglio e vispo alle quasi quattro del mattino, a fissare le pale del ventilatore poste sopra il mio letto. Bella situazione, quella di stare al centro di un matrimoniale ad osservar soffitto. É in momenti come questo che vengon fuori i pensieri più veri ed intimi del mio essere Paolo, con analisi, ragionamenti e sensazioni che sgorgano libere e senza filtro, quindi per questo, capaci di intimorire o preoccupare. Ma stanotte ho deciso che non volevo angoscia e nemmeno preoccupazione. Ancor di meno, esercitarmi in arte culinaria, vecchia e rimossa abitudine ingrassante, se esercitata alle prime ore del giorno. Quindi ho provato a leggere e ripassare qualche vecchia regola grammaticale, traendo nozioni da una delle “meravigliose app” messe a disposizione dal “fantastico” store della mela morsicata (ed esempio: “non infarcire di virgolettato ogni periodo grammaticale……” oppure: “i puntini di sospensione sono tre…”). Ma dopo aver declamato tutte le coniugazioni del verbo abbagliare, ho compreso che il momento formativo poteva bastare e che meglio sarebbe stato se avessi provato a riprender sonno. Bella mossa. Soprattutto vana. Il sonno non é tornato, questo no, ma mi ha permesso di ascoltare i rumori della notte che, sapendoli sentire e leggere, dicono molto e raccontano forse di più. Tendendo l’orecchio e acuendo l’attenzione, ho potuto verificare che l’armonia della coppia del piano di sopra è tornata stabile. Solida forse no, viste le discussioni di qualche ora prima, ma stabile certo, almeno in questo momento. E poi, quella tosse che proviene da altra parete, sembra al mio piano, mi ha ricordato che in tanti siamo afflitti da quella sorta di para-influenza che sembra essere il tipico male di stagione. Ancora: il ticchettio della goccia che cade dalla grondaia mi ha portato a pensare che alla prossima assemblea condominiale potremmo parlare di costi ulteriori di manutenzione. Rumori che raccontano un palazzo: la vita del canarino del terzo piano. Ingabbiato, il povero volatile non può far altro che dedicarsi al canto, a qualunque ora del giorno. E della notte. Il suo peró, non è un rumore molesto ma un cinguettar gradevole, anche se sicuramente (per lui) triste. Brutta cosa non esser liberi. Non so perché ma questo mi ha condotto a…Berlusconi: un collegamento non del tutto logico che, fortunatamente, si é dissolto in un blink, di palpebre. Adesso ascolto macchine in lontananza, e tapparelle che si alzano. A questo rumore si associa l’accendersi di una luce. Da una finestra del palazzo di fronte vedo qualcuno che si alza per…per? Forse per andare a lavorare? O magari per accompagnare i figli a qualche gara sportiva? Così presto? Chissà. Penso che fino allo scorso anno lo facevo anche io. Certe “alzatacce” da allenatore, non le ho dimenticate. Ora che non alleno più sono fortunato. Posso dormire…potrei. Guardo la sveglia, sono quasi le sei. È stata una notte anomala. É ancora una notte anomala, perché il sole non é ancora sorto. Capisco del resto che manca poco perché in strada sento una conversazione in cinese, almeno così sembrerebbe. É concitata e perciò rumorosa e non riesco a comprendere se sia un litigio o un dialogo allegro. Ma ci siamo: é usuale incontrare il cinese che va a lavorare in bicicletta un po’ prima che sorga il sole. Deve essere questo il caso. Ho deciso: basta con l’ascolto. I rumori (e gli umori) della notte sono già stati descritti ben prima di me, certamente meglio di quanto stia facendo io ora. In musica, da Jovanotti. Quasi quasi, cerco il link e ne ascolto la canzone. Vabbè, ok: pubblicheró il blog, poi mi alzerò ed andrò a farmi un caffè. Buona domenica a tutti.

Pá!

Nostra pubblica privacy

Grande é la confusione sotto il cielo. E non son sicuro, di considerare la situazione, come faceva Mao, “eccellente”. Il fatto é, che il grande timoniere , non si era trovato ad aver a che fare con la legge sulla privacy e, soprattutto, con le sue strane, italiche applicazioni. Prendo ad esempio una notizia che a più riprese ho potuto trovare e leggere nella versione on line del Corriere della sera: la notizia di un educatore di una parrocchia milanese, arrestato per adescamento di minori, dopo svariate denunce dei genitori dei minori coinvolti. La prima volta che incuriosito ne ho letto il titolo, ho cercato innanzi tutto di capire dove si fosse svolta la vicenda; di conoscere il paese in cui la torbida trama si sarebbe consumata. Leggevo l’articolo e, si descriveva una vicenda con una buona quantità di particolari, usando un tono assai poco ipotetico. Luoghi e persone invece, apparivano sfumate senza identità, l’accusato con una età “attorno a”, ovviamente senza nome, cognome e provenienza. Mi son detto che tutta questa cortina fumogena, poteva avere un fondamento, a protezione di un pò tutti i protagonisti della delicata vicenda. Così ho terminato la lettura dell’articolo con la convinzione che, per quel brutto fatto, la legge sulla privacy aveva fornito utile tutela, in particolare ai minori molestati. Ma ecco che, dopo due giorni, la situazione si ribalta. A partire dal titolo e dall’occhiello, posso conoscere il mostro da sbattere in prima pagina: “Batterista dei Modá, arrestato per molestie”. E via con un articolo circostanziato: nomi e cognomi, vissuto della band musicale, età dei protagonisti, nome in evidenza del comune in cui sono avvenuti i fatti. Sussulto di sorpresa. Cos’era cambiato in sole 48 ore nel dare la notizia in due modi totalmente opposti? Forse il fatto che fosse coinvolto un personaggio di un complesso musicale famoso, poteva aver spostato i limiti e le esigenze di tutela e protezione? Continuavo e continuo a non capire, restando incapace di fornire una spiegazione. Strana legge, quella sulla privacy: ti obbliga a far firmare chili e chili di scartoffie per poter essere libero di pubblicare una foto, ad esempio, di un atleta della tua squadretta di nuoto. In caso contrario, un genitore potrebbe con successo, impedirti l’uso del documento. Poi però non muove foglia quando, causa cellulari, telecamere di sorveglianza o pedaggi autostradali, chiunque può ricostruire nei minimi dettagli ogni tuo passo mosso in luogo pubblico e privato in una qualunque giornata della vita…Parliamo poi di internet e di tutte le tracciature usate per ricostruire nel minimo dettaglio le navigazioni di ogni singolo pc? Meglio di no. Meglio un referendum per abolire una legge non sense che sembra fatta solo per evidenziare l’ennesimo controsenso di un nostro sbagliato modo di vivere…