Quarant’anni e oltre.

Lavorare per quarant’anni e oltre, con dedizione, sacrificio e senso del dovere. Per un unico soggetto datore. Lavorare per quarant’anni e oltre, con la competenza e con l’alta professionalità ottenute con le stesse qualità di dedizione, spirito di sacrificio e senso del dovere, necessarie a studiare e a laurearsi nel mentre si mantiene una famiglia con le canoniche otto ore da lavoratore. Sempre per un unico soggetto datore. Ti ho visto, spesse volte, uscire di casa mezzo morto per andare a lavorare. Cosa volevi che fossero febbre o malesseri vari, di fronte all’appuntamento programmato con il Presidente della società o alla necessità di presentare nei tempi “quel tale progetto”? Per questa super dedizione, ma tu la definivi “serietà”, in famiglia abbiamo annullato vacanze organizzate in luoghi interessanti e ridefinito le scale delle nostre priorità. Abbiamo anche allenato la nostra (comune) vis polemica, discutendo su quanto fosse giusto identificarsi con colui o coloro che, semplificando, potremmo definire i padroni. Per te (l’ho capito in seguito), non era però un fatto di identificazione. Più semplicemente, era un comportamento, insito e basato su valori morali non comuni. Comportamento che, coerentemente, è stato mantenuto nel periodo dei quarant’anni e oltre. Ed ora, che un po’ di questo tempo è trascorso, mi trovo ad ascoltarti ed a registrare l’amarezza nel dover gestire la cinica freddezza di chi adesso muove le leve del potere sul tuo rapporto di lavoro. Gente “studiata” nelle migliori università milanesi, certamente esperta in ambito contrattualistico e dirigenziale, ma arida e priva di sentimento, perché convinta che nel campo dei rapporti lavorativi, l’umanità, la riconoscenza e il rispetto, siano doti da subordinare totalmente alle capacità di “fare legna”. Gente che spreme e pretende, gente che non ha mai considerato altra dignità all’infuori di un misero concetto di utilitarismo. Per quarant’anni e oltre. Sento ora di dover provare a scriverti. Poche e semplici parole. Parole che, causa miei limiti di timidezza e di carattere, non sono mai stato capace di pronunciare a voce: raccontano del mio orgoglio per essere cresciuto con un simile esempio positivo. Esempio che ho tentato di portare a modello di comportamento, riuscendovi, probabilmente, solo in parte. Per questo, come figlio, devo solo ringraziare. Non per quarant’anni e oltre, ma per sempre!

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2018

Duemiladiciotto. Parole, parole, ancora parole. Leggere, svuotate di qualsiasi significato, soprattutto, interessate. A volte ho l’impressione di conversare in modo plastico, artefatto, di maniera. La comunicazione per modo di dire, le parole che si sfilano dai significati e si pronunciano per moda, perché sentite da altri. Lo slang, i tecnicismi, quel che è peggio i giovanilismi. Blog? Mah, io mi sto stancando, anche perché i comportamenti han preso una strada diversa. Duemiladiciotto.

Il secondo, tragico Fantozzi…?

Ieri sera, per qualche minuto, mi son sentito come Fantozzi in uno dei suoi film: stavo per entrare a casa, di ritorno dal lavoro, quando, dal piano superiore, sento una voce di donna urlare verso un ragazzo della “Deliveroo” che, in cortile, tentava di effettuare una consegna: “…chiamo il centodiciottooooo….vadi via…viaaaaa!” E di rinforzo, altre voci: “….via, vadi via….eschi, eschiiiii!!”. Sconcertato, guardo Laura che non è Laura. È la Pina. Allora decido ed effettuo il controllo: mutandoni ascellari….? Presenti! 😞

Spessori!

Oggi ho tempo libero: il mio turno lavorativo è saltato a causa di un assolato maltempo pomeridiano. Così mi sono dedicato a quelle attività varie che, normalmente, tendo a rimandare a momenti successivi. Una di queste, a dire il vero di una certa urgenza, era quella di liberare memoria dal mio cellulare. Eccomi allora ricercare foto da poter cancellare, oppure documenti da eliminare o ancora chiacchierate da cestinare. Ed è in questa ultima sezione che mi sono imbattuto in conversazioni sostenute ormai molto tempo fa, dialoghi tra me e "l'altra metà del cielo, anno 2010", testimonianza di un antico rapporto che prometteva qualcosa all'inizio e che ben presto era deragliato da tutti i crismi del logico ed educato agire. "Roba", insomma, che pensavo di aver già eliminato anni fa, "roba" che invece è sopravvissuta, completamente dimenticata, oltre che impolverata. Lo confesso: il desiderio di cancellazione è stato mitigato da una certa curiosità, tendente alla rilettura. Quindi mi sono riguardato qualche passaggio epistolar-virtuale. In realtà mi è bastato poco per ricontestualizzare e capire: come, per una sorta di contrappasso all'incontrario, sono tanto fortunato e contento oggi, quanto, in quel passato, ero oscuro e disperato. La differenza l'hanno fatta le persone che facevano parte degli scenari di riferimento. Persone di diverso spessore, con differenti capacità e qualità. Oggi frequento una persona capace di far emergere la parte positiva di me, di sviluppare il mio senso critico, di stimolare le mie qualità. Un tempo era diverso. Era l'oscurità, il nascondersi, il modificare la realtà. Era l'egoismo ed il falso valore. Oggi c'è il sole e respiro con tranquilla contentezza. Le persone non sono tutte uguali. Alcune valgono molto. Altre…

In stato di “etilicitá”

È normale criticare e screditare gli insegnanti di tuo figlio in sua presenza. È abituale commentare sui social, dopo aver letto solo le prime tre righe di un articolo lungo almeno dieci volte tanto. È automatico ricevere obiezioni quando, da assistente bagnanti, si chiede all’utente di osservare comportamenti come da regolamento. É comune trovare il genitore che pretende il passaggio al livello superiore della scuola nuoto del proprio pargolo. È ricorrente condurre una conversazione, urlando e parlando sopra per impedire il completamento di qualsivoglia concetto. È diffusissimo il leone da tastiera, bravissimo e coraggioso nell’offendere e nell’insultare chiunque e comunque. È abusatissimo lo sfoggio della cultura da google con conseguenti tuttologi super esperti su tutto, totalmente privi di dubbio anche in merito a notizie fake. È alla moda l’esercizio fisico del salto del tornello alla stazione Brenta della metropolitana milanese. È comodo oltre che ripetuto, pretendere che il rispetto delle regole debba sempre partire dagli altri. É spiacevolmente in aumento imbattersi in ragazzi incapaci di prendersi un impegno e rispettalo con volontà. 

Premesso questo, non sono sicuro di essere perfettamente inserito nel contesto, “dati, causa e pretesto…” ed a differenza di Guccini, la mia “Avvelenata” la comporrò domani….

Pietas pedatoria.

Concludo questa sera, il mio “tragico” week end calcistico. Da rossonero, ancora devastato dal rigore definitivo del 97′ di Juventus:Milan, sento di dover comunque esprimere piena solidarietà a quei vincenti dei miei amici tifosi bianconeri. Ho avuto modo, in queste ore, di leggere dai loro profili Facebook, parecchie espressioni di rabbia e sdegno, perché stanchi di vincere e di essere quasi automaticamente accusati di ladroneria. Ecco, io sono loro vicino. Non deve essere semplice né facile non poter godere a pieno dei loro successi perché ogni volta lo sconfitto di turno piagnucola per presunti torti subiti. Venerdì, quel rigore-sentenza che rovina la vittoria, così come in passato quel gol di Muntari che impedì di gustare a pieno il successivo scudetto: Pazzesco! O ancora, cambiando avversario, quel rigore non dato a Ronaldo che provocò mesi e mesi di discussioni e mise parecchio amaro in bocca perché divenne episodio decisivo nel l’assegnazione di un altro scudetto alla Juventus. Assurdo! Potrei citare anche altri episodi “attapiranti” ma non avrebbe senso, il concetto dovrebbe essere chiaro. Allora concluderò, rinnovando la mia totale e seriosa solidarietà agli amici tifosi juventini, promettendo di non piangere più per nessun futuro eventuale torto subito, invitandoli a far spallucce anche quando sentono i tifosi stranieri dedicare cori “virtuosi” sulle qualità morali della loro squadra del cuore. Per quanto possa valere, io, vi sono vicino…😜

Porte in faccia…

Mi capita spesso, passeggiando in via Torino, di compiere una minima deviazione per visitare la chiesa di S. Maria presso San Satiro: é un’occasione per fuggire dal caos dello shopping, per godere di quello strano gioco di prospettive, forse per pregare. Così stava succedendo anche oggi, ma una volta varcata la soglia, sono stato allontanato, insieme ad altri, con ferma cortesia dal sagrestano, Il quale rammentava che a funzione in corso la chiesa non era fruibile alle visite turistiche. Obbedendo, non ho replicato e sono uscito. Con qualche interrogativo nella testa: 1. Essendo la mia una visita non turistica, é stato giusto l’impedimento ad entrare? 2. La funzione religiosa del Rosario era prevista solo 20′ dopo: i fedeli presenti all’interno, assistevano a una funzione religiosa riservata? In questo caso ne avevano diritto? 3. La casa del Signore, in tutte le sue ramificazioni, non dovrebbe fornire sentimento di accoglienza, fermo restando il dovuto rispetto di ogni celebrazione in corso? Con queste misere domande son tornato in pista andando alla ricerca dell’ennesimo negozio di telefonia….

Di rotear di asce ed altri misfatti.

“…Paolo, non scrivi più sul blog…”

Già, sono ormai vittima di afonia narrativa inibente. Del resto, se scrivo di me introspettivamente, ho, quasi matematica, la sventura di imbattermi nello/a psicanalista di turno, pronto alla diagnosi risolutiva spicciola. Automaticamente peggio poi, se invece, decido di dedicarmi ad un commento sulla cronaca: tra figli sedicenni che, con amici prezzolati si dilettano ad uccidere a colpi d’ascia i genitori, tra la solita sfilza di donne seviziate con acido o con fuoco dai propri amati compagni, tra i ricorrenti scandali della politica, italiana od internazionale, ci sarebbe così tanta carne al fuoco per pensare ad una sorta di progressiva follia generalizzata. “Non scrivi più…” E ti credo che non lo faccio. Il timore di dover ratificare anche dalla mia pagina ciò che un tempo faceva inorridire e che invece ad oggi sta diventando un qualcosa che “tanto succede”, mi porta al silenzio piuttosto che allo sdegno un po’ scontato. È rassegnazione? Un avallare rammaricato? Un comportamento sbagliato? Non so dirlo: ho bisogno di un semplice digestivo per digerire le cattive notizie…

01092016

Ennesimo primo settembre della mia vita. Ennesimamente diverso. Sono qui, davanti al mio salice piangente, a decidere se tornare a Milano oppure, se restare a Colle ancora questa sera. Dubbioso anche in questo, come in tante altre cose della vita. Non é esattamente semplice, azzerare i dubbi e le incertezze. Non dipende solo da un carattere e da una personalità indecisa: incide, anche parecchio, il fatto che sembra che ogni situazione vada nella direzione dell’aggrovigliamento, dell’incertezza, soprattutto della non chiarezza. Penso alle telefonate “di lavoro” che ho ricevuto negli ultimi giorni e al conseguente esercizio di ricostruzione ed interpretazione per capire, ad esempio, a quale data si fa riferimento per indir riunione. Penso a ciò che non è stato ma che poteva essere, se solo quel contratto da sottoscrivere avesse contenuti tutti gli elementi utili a far nascere obblighi, diritti e doveri, chiari e non dati per scontati. Penso e ripenso al fatto che (qui non ho alcun dubbio) nelle nebbie dell’indefinito e dell’intravisto, vi sia una folta categoria di “sguazzatori”, capaci di muoversi facile ed a proprio agio per aver tornaconto e per fregare il prossimo. In mezzo a questi pensieri, ogni tanto alzo la testa ed osservo il lento ondeggiar di foglie del “mio” salice che si, beato lui, non ha dubbio o scelta nel lasciarsi cullare dal vento. È allora che capisco che, in fondo in fondo, è sempre e solo una questione di vento che fa sì che una foglia venga sospinta o meno in una certa direzione…