Calma olimpica…

Sono i giorni olimpici, questi. I giochi sono iniziati, le medaglie sono in via di assegnazione. E’ sempre impressionante veder gareggiare Michael Phelps: si è posto un obbiettivo stratosferico e quasi impossibile da raggiungere, vincere 8 medaglie d’oro e cancellare Mark Spitz. Una impresa, lo ripeto, fisiologicamente e tecnicamente, difficilissima da ottenere. Però possibile, almeno guardando lo strapotere esibito stanotte (ore 4 italiane) nella gara dei 400 misti: nuovo primato del mondo in 4.03"8, stupefacente, non mi sovviene altro termine. Mi sto lasciando andare a considerazioni e a commenti tecnici o meglio, sportivi e vorrei poterlo continuare a fare, ma mi accorgo che non è poi tanto semplice farlo, restando avulsi da ciò che accade nel mondo. Si è fatto un gran parlare nei giorni immediatamente precedenti l’inizio dei giochi, di quale dovesse essere il ruolo dello sport e dei suoi atleti, riguardo alla questione del rispetto dei diritti umani, per molti carente, da parte del paese organizzatore. La politica italiana, almeno in certi suoi esponenti, è arrivata a richiedere prese di posizione agli atleti: dal boicottaggio della cerimonia di apertura fino alla possibile attuazione di gesti e messaggi palesi, di condanna. La risposta dei capi delegazione del Coni, presidente Petrucci in testa, non si è fatta attendere: "la politica resti fuori dall’evento sportivo, a vicende politiche ci pensino i politici". Io, come chi mi legge, sono spettatore. Mi appassiono e faccio le nottate guardando le gare. Ma poi oltre le gare, i palinsesti tv irradiano anche i telegiornali e questi (ovvio) affrontano anche argomenti di politica estera: in queste ore la situazione in Georgia è precipitata: la Russia di Putin e Medvedev ha mandato i suoi caccia a bombardare le città georgiane, dopo che le truppe di Tbilisi avevano invaso l’Ossezia del sud, autoproclamatasi nazione indipendente 16 anni orsono. Tanti i morti, per lo più civili. E alle Olimpiadi gli atleti georgiani vogliono ritirarsi. Le domande che non posso non farmi a questo punto sono queste: ma è davvero giusto evitare contaminazioni tra sport e politica? E’ corretto proseguire nelle gare a prescindere, come se non fosse accaduto nulla? Non sarebbe utile se lo sport provasse comunque a dare un segnale, magari per mezzo di qualche big medagliato, con qualche gesto eclatante ed epocale? Non si dovrebbe arrivare ad un punto in cui gli atleti dovrebbero rendersi interpreti del fatto che anche loro, in fondo…sono esseri umani? C’è il rischio di odiose strumentalizzazioni, è vero, ma diamine, è corretto ed eticamente lecito restare inerti ad oltranza? Pongo avanti a me, l’esempio di Smith e Carlos, alle premiazioni dei 200 piani a Città del Messico 1968: pugno alzato con guanto nero, capo chino. Ricordo anche la protesta di Cassius Clay, renitente alla leva per non combattere in Viethnam: gesti che, non esagero, hanno contribuito ad un cambiamento. Erano atleti, erano sportivi. Sono stati forse, i migliori politici…   
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