Noi, nuotatori della pausa pranzo (sottoscrivo…)

(3 aprile, 2007) Gazzetta dello Sport

L’ EFFETTO MELBOURNE SI FA SENTIRE ANCHE NELLE NOSTRE PISCINE

Noi, nuotatori della pausa pranzo

di MAURO COVACICH* Hanno registrato tutti i Mondiali di Melbourne e se li sono guardati la sera tardi: al mattino lavorano, come te (spesso accanto a te). Hanno esultato per le imprese di Magnini e il bronzo di Marin, cercando di non svegliare il resto della famiglia. Hanno studiato le apnee di Phelps, riprovandole a occhi chiusi, mentalmente, un attimo prima di addormentarsi. Tu non sai chi sono, però se guardi bene li riconosci dagli occhi da panda. Anche in ufficio, di nuovo in giacca e cravatta, hanno ancora i capelli un po’ bagnati e quei due segni circolari attorno agli occhi. Sono i nuotatori della pausa pranzo. Hanno seguito i corsi quand’ erano bambini, si sono fermati prima di imparare le virate e la gambata a delfino. Adesso hanno ricominciato, di solito per colpa di un amico (e del giro vita). Al contrario degli appassionati di jogging, parlano poco del loro sport. Non fosse per quel ridicolo segno sul viso, probabilmente non verresti mai a saperlo. Gli occhialini, sempre gli occhialini. Passeranno mesi, forse anni, prima che imparino a metterseli. Alcuni si sono rifugiati addirittura nelle mascherine da apnea, col risultato di allargare ancora la circonferenza dell’ alone sulla faccia. Da un po’ sono diventato anch’ io uno di loro, occhiaie comprese. Prima mi sembravano dei disperati, gente che inforca lo scooter e va chiudersi in una piscina nell’ ora in cui potrebbe tirare il fiato, fare due chiacchiere all’ aria aperta, mangiarsi un piatto di tortelli. Poi col tempo ho capito. Un’ ora di vasche, aldilà del benessere fisico, ti procura uno stato semioppiaceo di sperdimento. La piscina ti solleva dal peso del corpo, ti sottrae alla gravità con cui la torre che ha in cima il tuo cervello ti schiaccia a ogni passo sulla superficie terrestre. L’ effetto insonorizzante dell’ acqua e la sua consistenza gelatinosa, quasi amniotica, favoriscono una specie di regressione alla vita prenatale, ti fanno essere te stesso e nello stesso tempo anche colui che ti guarda disincarnato fuori da quella enorme pancia celeste. E’ uno sdoppiamento che agevola l’ introspezione. Io ad esempio, era da un po’ che non mi parlavo con altrettanta schiettezza e lucidità, ho dovuto immergermi per farlo, mulinare bracciate, inseguire le bollicine dei piedi del tizio davanti, come il fanalino rosso nelle notti di nebbia in autostrada. Venendo dalla corsa, dal rumore del fiato e delle scarpe sul ghiaino di Villa Ada, mi pareva impossibile che si potesse pensare senza l’ aria dolce dei pini e le loro macchie scure sul cielo. Invece si può eccome. Nell’ isolamento subacqueo i pensieri trovano da soli il loro posto, anche le visioni più ardite, forse proprio grazie al potenziale di astrazione delle piastrelline 2×2 e delle strisce blu sul fondo. Adesso capisco il silenzio dei nuotatori nello spogliatoio, un silenzio da scacchisti, da cosmonauti. Quando ritornano in un ufficio dopo cento vasche a stile libero sembrano riposati. Si porteranno sulla pelle l’ odore del cloro per tutta la giornata, ma non ci faranno caso. Verranno presi in giro dai colleghi per quelle macchie da panda, ma non ci faranno caso. Potrai provocarli in qualsiasi modo, loro ti risponderanno sempre con il sorriso serafico di chi ha appena fatto il pieno di endorfine. Ti aiuteranno anche, se per caso non riesci a sbrigare il lavoro in tempo. Evita solo di chiedergli di venire a giocare a calcetto il sabato pomeriggio, quella è l’ unica cosa che li fa imbestialire…
Covacich Mauro
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